Spotify anche in Italia?

18 11 2012

Pare che Spotify stia cercando un growth manager per Milano. Cito dal loro sito:

“You’re responsible for launching Spotify in Italy, as well as managing long term user growth after launch”.

Di mio ci aggiungo un “finalmente!”

Che dire? Spotify rappresenta, a mio parere, un’enorme rivoluzione nel mercato musicale. Per dirla come mangio: non ne potrei fare a meno e non tornerei mai indietro.

L’unica pecca pare essere che al momento per registrarsi sia necessario un account fuckbook facebook. Dico “pare” perchè quando mi sono registrata io bastava iscriversi al sito di Spotify. Se avete conferme o smentite, scrivetele nei commenti così aggiorno il post.

EDIT: ci si può registrare anche senza un account facebook (anche se tocca aguzzare un po’ la vista, dato che i signori di Spotify si sono ben guardati dal mettere il tasto in evidenza)

Se invece non sapete cos’è Spotify, ne avevo parlato qua e qua.


Parola del giorno: äntligen = finalmente





Blogfesten 2012

28 09 2012

Il 6-7 ottobre a Stoccolma si terrà la quarta edizione della blogfesten.

Per aggiornamenti e info, tenete d’occhio Onewaytosweden


Parola del giorno: uppsats = tesi

 





Svenska för invandrare VS Basic Swedish

6 05 2012

Ovvero: il corso svedese offerto dal comune di Uppsala VS quello offerto dall’università.

Basic Swedish

E’ il corso di svedese offerto dall’Università di Uppsala e va da sè, che per potervi accedere è necessario essere studenti della UU. La precedenza viene data agli studenti in Erasmus (ad oggi non sono ancora ben sicura del perchè!), anche se al livello avanzato eravamo praticamente tutti studenti master. Il corso è gratuito.

Per capire il livello di coloro che dichiarano di sapere già un po’ di svedese si fa un test – e già in iniziano i dolori. La mia impressione è stata che tutti coloro che sapevano più di un tot finivano nel livello avanzato, con il risultato di avere nella stessa classe sia gente che parla abbastanza fluentemente, sia coloro che spiccicano tre parole in croce. Così, quelli meno bravi si sentono dei deficienti, vanno in sbatti e cercano di parlare il meno possibile; quelli più bravi progrediscono relativamente poco, visto che il programma deve giustamente tenere conto anche degli altri (nel caso qualcuno se le stesse chiedendo, io ero nel primo gruppo). In più il gruppo classe è molto numeroso (30 inizialmente, una 20ina sul finire), quindi poca possibilità per l’insegnante di seguire tutti gli allievi.

Il corso prevede due lezioni a settimana, di 2 ore ciascuna. I compiti a casa sono per la maggior parte esercizi sul libro, che poi vengono corretti in classe. L’alto numero di studenti, fa sì che raramente ti tocchi leggere più di una frase. Gli scritti da consegnare sono relativamente pochi, ma di contro molto corposi. Si possono fare massimo 6 giorni di assenza.

L’esame prevede una parte di lettura/scrittura e una seconda parte di ascolto. Non c’è l’esame di parlato. Conseguito l’esame, si ottengono crediti universitari.

Svenska för invandrare aka SFI

Letteramente “svedese per immigrati” è il corso offerto dal comune. E’ gratuito, ma per accedervi è necessario avere il personnummer.

Anche in questo caso si fa un test per determinare il livello. Il test sembra essere più accurato, infatti, a seconda del tuo livello di svedese, è possibile che non ti facciano fare tutto il corso, ma che ti venga chiesto di fare solo i moduli che ti mancano (immagino tu venga assegnato ad un corso già iniziato, ma non ne ho la certezza).

Il gruppo classe è più piccolo rispetto a quello universitario, nel mio caso siamo un 10-15. Il libro si prende in prestito dalla scuola, dietro cauzione, e alla fine del corso si può decidere di tenerlo e di non riprendersi la cauzione (in ogni caso un prezzo molto economico per il libro in questione). In università invece il libro tocca comprarselo (e non costa poco!). L’insegnante valuta costantemente gli allievi, attraverso simulazioni d’esame, per permettere a coloro che apprendono  più in fretta di finire il corso velocemente.

Il corso prevede una lezione a settimana, di 2,5 ore. Il resto del lavoro deve essere fatto in autonomia, attraverso un portale online, che prevede anche alcuni test obbligatori per il superamento del corso. I compiti a casa prevedono pochi esercizi di completamento sul libro e parecchi brevi esercizi di scrittura da consegnare all’insegnante. Si possono fare massimo 3 assenze di fila. In caso si venga cancellati dal corso (più di 3 assenze di fila o mancato completamento dei test online), è necessario aspettare un anno prima di potersi iscrivere di nuovo. Il corso ha una durata massima di 8 mesi, ma con la possibilità di velocizzare i tempi in caso si raggiungano primi gli obiettivi preposti dal corso (a me dopo 3 settimane mi è stato detto che era ora di fare l’esame).

L’esame è una prova nazionale e prevede lettura, scrittura, ascolto e parlato. Conseguito l’esame si ottiene un certificato nazionale.

Conclusioni

Sinceramente mi aspettavo di più dal corso universitario. Lo pensavo più a misura di studente, ovvero che tenesse conto del fatto che durante il semestre si è alle prese con i corsi. Invece si è rivelato molto impegnativo a livello di tempi, ma poco effettivo dal punto di vista dell’apprendimento. Inoltre il fatto che alla fine non ti venga rilasciato nessun documento ufficiale, ne mina pesantemente l’utilità. Se dovessi tornare indietro non lo rifarei, ma mi iscriverei direttamente a SFI. Ovviamente il discorso vale solo per il corso per studenti master, visto che non ho esperienza del corso normale.

Parola del giorno: läxa = compiti a casa





Bici, neve e sopravvivenza

5 02 2012

A MilanoTiAmo capitava che il pedalare (un’unica volta, probabilmente) a -5°C potesse sembrare una grande impresa ai miei occhi terrona d’Europa. Al mio primo incontro ciclistico con la neve nella ridente Uppsala, ho però capito che il mio orgoglio ciclistico andava un po’ ridimensionato in funzione della latitudine, grazie ad una signorina vichinga che, con tanto di tacco 12, mi ha tranquillamente lasciata indietro. Lei si librava sul manto nevoso, mentre io arrancavo lentamente, pregando un eventuale dio di non farmi fare nuovamente amicizia con l’asfalto ghiacciato.

Ora, qualunque persona sana di mente si rassegnerebbe al fatto che probabilmente gli avi della suddetta signorina hanno a che fare con la neve da svariate generazioni, allo stesso modo in cui noi milanesi siamo soliti ad avere a che fare con la nebbia, ma che allo stesso tempo davanti a due fiocchi di neve andiamo fuori di testa e diventiamo incapaci di circolare in maniera sensata. Il che ovviamente avrebbe un senso, se nell’equazione non si fosse imposto il mio ego ciclistico, del tutto non disposto a cedere in proposito. Quindi, al fine di ristabilire la mia pace interiore, si è reso necessario lo sviluppo di una strategia di sopravvivenza ciclistica invernale, che per ora sta dando risultati positivi, nonostante presenti sicuramente margini di miglioramento.

Per la questione bici VS qualità delle neve rimando all’esauriente post di Morgaine, aggiungendo soltanto che, nel caso abbiate avuto la fortuna(?) di pedalare a MilanoTiAmo, noterete una certa somiglianza tra l’effetto del solco e quello delle rotaie bagnate del tram. Una volta scoperto con che tipo di neve si avrà a che fare, è necessaria un’attenta pianificazione del percorso. E’ infatti preferibile ridurre al minimo non solo le salite (as usual), ma anche le discese. In caso questo non sia possibile, l’esperienza mi ha portato a due conclusioni: 1) in caso di salita, è consigliabile tenere il culo incollato al sellino, visto che la perdita di aderenza sulla ruota posteriore è quella che potenzialmente può essere più dannosa; 2) in caso di discesa, è consigliabile dare dei colpetti di freno, in modo da evitare di bloccare la ruota tutta in un colpo e di conseguenza l’effetto skid aka sgommata.

In realtà quello che mette a dura prova la mia perseveranza ciclistica non è il mantenimento dell’equilibrio, bensì la gestione del freddo. Partendo dal presupposto che qualunque centimetro di pelle lasciato scoperto è perduto, la ricerca della tenuta ideale per sconfiggere i -15 (fino ad ora il massimo a cui io abbia pedalato) si è rivelata tutt’altro che facile. Al momento ho raggiunto il nirvana per quel che riguarda il busto, grazie ad una giacca da alpinismo con i controcazzi che mi ha permesso di lasciare ancora per un po’ nel cassetto la maglia della salute. Per il viso/testa ho optato per una tenuta da black-block (ottima sia con la neve che con le zone rosse!): casco, cappellino sotto per coprire le orecchie, sciarpa davanti alla faccia e occhiali rigorosamente gialli (che oltre a permettere la visibilità in qualsiasi condizione, fanno anche sembrare tutto più allegro a detta del mio amico H).

Sebbene la questione viso lasci spazio per ulteriori miglioramenti per quel che riguarda il problema dell’appannamento degli occhiali, sono le gambe che a mettermi in crisi. Per ora il meglio che sono riuscita a trovare è: calzamaglia/sottopantaloni in poliestere abbinati a dei ferma-pantaloni catarifrangenti. Quest’ultimi, oltre a rendermi più visibile di notte (safety first!), evitano sia l’entrata di correnti d’aria dal basso, sia il rischio di bagnare con conseguente glaciazione la parte bassa dai calzoni. Purtroppo però, questa combinazione non è stata ancora testata al di sotto dei -8… toccherà aspettare la prossima giornata glaciale per poter appurare se sia o meno la combo definitiva.


Parola del giorno: dubbdäck = copertoni chiodati





Due gatti, otto zampe e un aereo

21 07 2011

Avendo finalmente trovato una casa che ci permettesse di avere i gatti ed avendo affrontato con largo anticipo l’iter sanitario, è finalmente arrivato il momento di caricare i felini su di un aereo e portarli con noi in Svezia.

PARTE 1 – Il trasportino

Se la questione medica era quasi del tutto risolta (mancava solo il pastiglione contro l’ecchinococco da somministrare fino a 10 giorni prima della partenza e un certificato di buona salute scritto dal veterinario), rimaneva ancora inesplorata quella aeroportuale. A questo proposito il magico mondo di internet dice tutto e il contrario di tutto: da animali morti nella stiva, fino a chi ha provato a spacciare un chihuahua per un peluche…! Molto più parco di informazioni invece il sito di Lufthansa, ovvero non dice un cazzo. O meglio, l’unica cosa che dice chiaramente è che il trasportino per andare in cabina non deve superare le dimensioni 55x40x20… Per 20??? E che è? Una scatola di scarpe??? Oltretutto, dopo svariate ricerche, scopriamo che non esiste un trasportino che rientri entro quei 20 centimetri incriminati. Va bene, chiamiamo Lufthansa così da apprendere direttamente da loro quale sia il loro pensiero in proposito. La signorina del call-center, oltre a segnalare sulla nostra prenotazione la presenza di animali, ci dice che: due gatti non possono viaggiare in cabina insieme, a meno che non stiano nello stesso trasportino per un peso totale minore di 8kg; per le misure del trasportino di presentarci in aereoporto con il nostro e vedere cosa ci dicono là; di non fare affidamento sulla fantomatica pet-box fornita da Lufthansa, perchè non è detto che sia disponibile. In sintesi: andate all’aeroporto alla spera in dio ed auguratevi che vi facciano imbarcare e magari pure con i gatti in cabina. Visto che la risposta della signorina del call-center non ci rassicura neanche un po’, decidiamo di orientarci verso un trasportino semi-rigido, tipo borsa a tracolla, nella speranza che quel minimo di flessibilità di cui dispone convinca gli addetti al check-in a farci imbarcare con i gatti in cabina.

PARTE 2 – L’imbarco

Dopo la lotta per l’inscatolamento dei gatti e un conseguente concerto di miagolii strazianti durante il viaggio in macchina, arriviamo in aereoporto. Il ragazzo al check-in è gentilissimo e, oltre a non farci problemi di sorta, ci fa pagare come un unico gatto dal momento che i due felini viaggiano in unico trasportino. Ottimo! Ma se il check-in passa indolore, rimane ancora da affrontare il controllo dei bagagli a mano. A questo proposito, il sempre solito internet sostiene, tra le svariate teorie, anche quella per cui il gatto vada estratto dal trasportino e tenuto in braccio mentre si attraversa il metal detector. Ora, chiunque abbia scritto e/o pensato una regola del genere non deve mai avuto aver un gatto e volato in vita sua. L’aeroporto di Malpensa è un budello, con una decina di file per i metal detector, e i miei gatti non amano essere presi in braccio nemmeno a casa. Comunque sia, quella deve essere la regola, dal momento che l’addetta ai controlli mi chiede se i miei gatti si fanno prendere in braccio e, alla mia risposta negativa e conseguente proposta di fare un controllo con un ufficiale all’interno di un ufficio, mi dice di passare il metal detector, poi di tornare indietro a prendere il trasportino e infine di farlo controllare da un collega senza doverlo aprire. Il collega in questione da un’occhiata ai gatti, ci chiede per quanto contiamo di restare in Svezia e quando gli rispondo che ci viviamo, ci dà il suo benestare. Nel frattempo, si dev’essere sparsa la voce che c’è un gatto (o meglio due, ma del secondo si vedeva solo la coda), perchè parecchi addetti di controllo vengono a salutare i passeggeri a quattrozampe. Ormai il grosso è fatto: mi limito a confermare la presenza felina al gate e a chiedere informazioni su come comportarmi in proposito alla hostess, la quale essendo a sua volta mamma di un gatto mi spiega tutto con un sorriso di solidarietà.

PARTE 3 – Il volo

Il volo non presenta grossi problemi, a parte un’ora di ritardo prima della partenza (aka l’unica cosa che non ti auguri quando stai volando con animali) e qualche miagolio durante il decollo e in un altro paio di momenti, che, più tardi, capirò coincidere con cacca e vomito. Oggettivamente imprevisti di questo genere, specie in due nello stesso trasportino, sono delle ottime motivazioni per qualche lamentela.

PARTE 4 – Sverige!

Appena atterrate, a causa degli imprevisti verificatisi al punto 3, facciamo tappa ai bagni per ripulire un po’ il trasportino. Puliamo un po’ alla bella e meglio e inscatoliamo nuovamente i gatti in direzione della dogana. Nel tragitto bagno-dogana incappiamo di nuovo nell’imprevisto vomito, che regala alla nostra gatta femmina un effetto schiuma-alla-bocca. Visto che la Svezia ha delle leggi un bel po’ restrittive riguardo alla rabbia, temiamo che l’effetto post-vomito possa dare una cattiva impressione, perciò via di tovagliolino! Fortunatamente l’incidente non si ripete ed imbocchiamo la colonna “something to declare”. Lì, dopo aver chiamato al citofono/telefono l’ufficiale di dogana, ci viene chiesto se i gatti si fanno prendere in braccio. Alla mia risposta negativa la signora mi mette in mano il lettore per i chip, dicendomi che se lo faccio io da dentro il trasportino non ci sono problemi. Bippo i due gatti, stile supermercato, presento tutti i fogli e finalmente ce l’abbiamo fatta!

PARTE 5 – Epilogo

Dopo qualche giorno di eremitaggio sdegnato i gatti si sono ambientati ed ora scorazzano allegramente per casa, riempono di pelo letti e divani, si fanno coccolare e prendono il sole sul balcone. Finalmente la famiglia è al completo!


Parola del giorno: tull = dogana





Sonorità Nordiche

31 05 2011

Qualche post fa avevo parlato di Spotify e di come avesse elegantemente trovato una valida soluzione al problema musica/pirateria. Purtroppo però, come diceva mia nonna, un bel gioco dura poco.

Difatti spotify, pur di non contraddire la saggezza popolare, ha pensato bene di cambiare le regole per gli utenti non paganti, a partire dal 1° maggio 2011. Ecco cos’è cambiato:

  • le ore di ascolto disponibili passano da 20 a 10 al mese
  • ogni canzone potrà essere ascoltata per un massimo di 5 volte. NELLA VITA!

Ok, al primo punto mi ero ancora illusa di poter resistere (poi in una sola serata, lavorando a un saggio per l’università, mi sono fatta fuori 6 ore di ascolto… ma questa è un’altra storia!), ma il secondo?? Cioè, 5 volte nella vita!! A me! Che vado periodicamente in loop con degli album/playlist!

Ok, dal momento che io ho preso coscienza, già parecchio tempo fa, del fatto di essere un animale strano dal punto di vista dell’ascolto musicale, (e di conseguenza mi sono convertita all’uso costante delle cuffie, in modo da non costringere le persone intorno a me ad odiare l’album/playlist di turno), non mi ci è voluto molto a capire che la cosa in questi termini non poteva funzionare. Ho provato un po’ ad arabattarmi con qualche soluzione alternativa, ma visto il grande sbattimento per il poco rendimento, ho deciso di cedere al ricatto. Ok, a onor del vero, devo dire che l’opzione di investire dei soldi in Spotify era già in valutazione da un po’, ma in generale non è che l’aut aut mi sia piaciuto tantissimo.

Ad ogni modo, approfitto di questa occasione per una digressione sulla musica svedese. Per chi non lo sapesse, l’industria musicale è tra le più fiorenti in terra di Svea. Pare anche che il ministro degli esteri abbia dichiarato che la Svezia nell’esportazione di musica sia preceduta solo da USA e UK.

Se l’affermazione del ministro dovesse sembrare un’esagerazione, basta pensare a tutti quelli artisti famosi a livello internazionale, di cui spesso si ignora la nazionalità, per la semplice ragione che cantano in inglese, ma che in realtà provengono dalla Svezia. Ecco quelli che mi vengono in mente così su due piedi, oltre ai famosissimi ABBA: Roxette, Ark, Kent, Robyn, The Knife, In Flames, Millencolin, Alcazar, Cardigans.. giusto per nominarne qualcuno!

Comunque, in questa digressione vorrei parlare di un’artista molto meno famosa, che ho avuto l’occasione di incontrare alcuni anni fa, mentre lavoravo come volontaria al Ragnarock Nordic Festival.

Promise and the Monster, al secolo Billie Lindahl, è un’artista tanto brava, quanto giovane (classe ’87). Il suo album di debutto, Transparent Knives, è uscito nel 2007 e si vocifera che ce ne sia un secondo in cantiere.

Questo il video di “Night Out”, tratto per l’appunto da Transparent Knives:


Parola del giorno: musik = musica





Dichiarazione dei redditi

9 04 2011

Dal momento che il mio reddito derivante dal lavoro alle nation supera le 400 corone (di ben 90!), devo farne la dichiarazione.

Premessa: la dichiarazione dei redditi, in Italia, è sempre stata motivo di grande ansia per me. Tutti quei numeri da inserire e calcolare, con il costante rischio di fare errori o di incappare in inghippi burocratici, non rendevano questa incombenza primaverile affatto rilassante.

Qua in Svezia, invece, si riceve la propria dichiarazione dei redditi per posta (una piccolezza, ma in Italia ti tocca comprarli i moduli!), PRECOMPILATA! In pratica mi devo limitare a verificare che i dati inseriti siano corretti, dare conferma via web (può capitare anche che si debba inviare quella cartacea, ma non è il mio caso) attraverso il codice che mi è stato allegato e inserire i miei dati bancari, nel caso ci siano dei soldi che mi devono rientrare. A me questa cosa sembra un sogno!

Tra le varie particolarità della dichiarazione svedese, mi ha colpita molto la voce riguardante gli introiti derivanti da hobby. Infatti, in terra svedese, è possibile avere un’attività di vendita hobby, ovvero se ad esempio nel tempo libero si fanno collane è possibile venderle nell’assoluta legalità, senza necessità di avere una società/partita IVA, a patto ovviamente che ci si paghino le tasse. Non ho ancora capito bene quale sia il confine tra vendita per hobby e attività vera e propria, ma a parte questo dettaglio (su cui mi piacerebbe informarmi, anche solo per curiosità) devo dire che questa cosa mi ha molto colpita. Se inizialmente può sembrare una forzatura burocratica, a guardarla con attenzione in realtà ci si accorge che si tratta di una semplificazione, che permette ai cittadini di muoversi facilmente nella legalità.


Parola del giorno: inkomst = reddito